Il valore dell’interrogarsi spirituale
di Joan Parisi Wilcox; traduzione Gianmichele Ferrero – Post corrente: 22 maggio 2026
Nella tradizione mistica andina, la conoscenza e la competenza non sono mete raggiungibili attraverso la logica, ma un percorso condiviso, forgiato dalla ripetizione. Questa tradizione indigena privilegia la conoscenza incarnata rispetto ai quadri teorici. A differenza degli stili pedagogici occidentali che privilegiano il “perché”, i paqos (praticanti mistici andini) si concentrano quasi esclusivamente sul “cosa”.
• Azione anziché analisi: le tecniche sono raramente accompagnate da spiegazioni logiche o discussioni filosofiche.
• Ripetizione esperienziale: gli studenti sono tenuti a ripetere le tecniche più e più volte, aggirando la mente analitica e accedendo alla percezione personale. Il lavoro è fenomenologico piuttosto che intellettuale.
• Padronanza esperienziale: le dinamiche energetiche di una pratica – il suo scopo e il suo potenziale – si rivelano attraverso l’esperienza vissuta del lavoro stesso.
In questa tradizione, la comprensione non è un esercizio intellettuale; è uno stato interiore dell’essere che si raggiunge attraverso il ritmo di una pratica costante. Questo solleva una naturale tensione: c’è spazio per le domande stesse? Se siete come me, probabilmente ne siete pieni. Fortunatamente, il mio maestro principale, don Juan Nuñez del Prado, occupava una posizione unica, essendo sia un ex professore universitario sia un maestro praticante. Grazie alla sua formazione, le domande erano sempre – o quasi – benvenute. Ci furono certamente dei momenti in cui don Juan si limitava a dire: «Fallo e basta. Scopri la risposta attraverso la pratica stessa.» Ma il più delle volte, accolse con gentilezza e pazienza le mie domande. Poiché entrambi avevamo un piede nel mondo accademico, eravamo costantemente in equilibrio tra due distinti modi di conoscere: la pura immersione esperienziale e la speculazione logica e informata. Questo duplice approccio – che unisce il mistico e l’analitico – mi è stato di grande aiuto. Pertanto, in questo post desidero esplorare il valore del porre domande come componente vitale del cammino spirituale.
Considero i mistici come una sorta di scienziati specializzati. Partono da un’ipotesi fondamentale: esiste qualcosa di più in questo mondo oltre alla pura dimensione fisica? Per verificarlo, ideano un esperimento: se condivido consapevolmente la mia energia con questa montagna, essa reagirà? Eseguono diverse prove, osservano i risultati e a volte le montagne “rispondono”. Da questi risultati emergono una serie di nuove e rigorose domande. Sospetto che i paqo, pur non essendo analitici, se le siano poste a modo loro. Ma potrebbero includere:
• Verifica: quelle risposte rappresentavano la realtà oggettiva o erano proiezioni della mia mente? Come posso distinguere la differenza?
• Replicabilità: se un altro paqo esegue lo stesso rituale, otterrà lo stesso risultato?
• Variabili: le montagne che hanno risposto sono senzienti o sto interagendo con un campo energetico più ampio? Perché alcune vette rispondono mentre altre rimangono in silenzio?
Credo che i mistici dell’antichità avessero una prospettiva molto simile a quella di Albert Einstein, che notoriamente affermò: «L’importante è non smettere mai di porsi domande. La curiosità ha una sua ragion d’essere. Non si può fare a meno di provare stupore quando si contemplano i misteri dell’eternità, della vita, della meravigliosa struttura della realtà. È sufficiente cercare di comprendere anche solo un po’ di questo mistero ogni giorno.»
Per me, questa è più di una semplice citazione; è un atteggiamento vitale, persino prezioso, per il ricercatore moderno. Abbracciando questa curiosità einsteiniana, non ci limitiamo a “praticare” le cose, ma ci confrontiamo con la meravigliosa struttura del mondo energetico. Onoriamo il mistero non con una silenziosa accettazione, ma con l’incessante e pieno di stupore tentativo di comprenderne un po’ di più ogni giorno.
Porre domande è un’abilità, una sorta di pratica spirituale in sé. Esistono diversi modi di formulare domande, e quello che propongo qui è un tipo chiamato “indagine aperta”. Piuttosto che cercare risposte definitive o giungere a conclusioni assolute, l’indagine spirituale funge da ponte oltre l’intelletto. Non si tratta di risolvere un enigma; si tratta di rimanere sufficientemente curiosi da aggirare i nostri filtri mentali. Nel regno dello spirito, la domanda funge da catalizzatore per la meraviglia piuttosto che da ricerca di fatti. Superando la mente analitica, l’indagine ci permette di entrare in contatto diretto con la realtà, privilegiando la connessione pura rispetto alle etichette mentali. Le domande possono farci passare dal semplice conoscere “a proposito” di una pratica all'”essere dentro” essa, trasformando la domanda stessa in uno strumento per un coinvolgimento energetico diretto.
Adottare un atteggiamento di “non so” funge da solvente per l’ego e la mente analitica; è una forma di indagine che i Maestri di molte tradizioni mistiche considerano una preziosa disciplina spirituale a sé stante. L’atteggiamento di “non so” può essere una mossa di potere per l’anima. Aggira il bisogno di controllo dell’intelletto e ci immerge nella cruda e misteriosa realtà del momento. Quando “viviamo la domanda”, trattiamo ciò che è strano, misterioso e illogico non come problemi da risolvere, ma come terreni fertili in cui l’intuizione spontanea può mettere radici. È in questo spazio di radicale incertezza che le nostre vecchie abitudini allentano la loro ostinata presa e il nostro vero potenziale inizia a fiorire.
Le domande come auto-indagine possono fungere da bussola vitale, permettendoci di valutare la profondità e la traiettoria della nostra pratica. Man mano che il nostro karpay (potere e competenza personali) si espande, la nostra indagine si evolve naturalmente; le domande che ci poniamo crescono di pari passo con i nostri valori, capacità e obiettivi in continua evoluzione. Cosa ancora più importante, questo processo facilita un’espansione del Sé. Ognuno di noi porta con sé una “storia” di chi siamo, ma man mano che ampliamo l’accesso al nostro Seme Inca – il nostro potenziale intrinseco – quella narrazione deve essere riscritta per accogliere una realtà più ampia.
Le domande fondamentali sull’identità e sullo scopo diventano essenziali:
• Identità: chi sono diventato in questa nuova luce? Al di là della mia storia personale, chi e come scelgo consapevolmente di essere nel mondo ora? Come Goccia del Mistero, mi riconosco come un filo integrante nel tessuto della creazione?
• Direzione: dove mi sta conducendo ora il mio Seme Inca espanso? Sto onorando il mio Seme Inca come la mia ultima fonte di verità e seguendo la sua guida come bussola interiore? Sto esprimendo la mia essenza in modo unico, agendo come “artista energetico” della mia vita e percorrendo il cammino del mio cuore?
• Intento: qual è la qualità del mio ayni con l’universo vivente, la natura e i miei simili? Dove mi stanno guidando le mie intenzioni, sia consapevoli che inconsce? Sono aperto ad essere sufficientemente flessibile da apportare le necessarie correzioni di rotta?
• Ostacoli: quali filtri interni o blocchi energetici personali rimangono a ostacolare un’ulteriore crescita? In quali modi scelgo ancora di limitarmi o di nascondere il mio potere?
• Contributo: in che modo non riesco a soddisfare i miei bisogni o trascuro il “servizio” che devo al mio benessere? In che modo posso offrire di più di me stesso in modo autentico alla mia famiglia e ai miei amici, al mio lavoro e al mondo?
Il misticismo è un incontro diretto e senza filtri con il Mistero, una relazione che trabocca naturalmente di interrogativi. Anziché allontanarci dalla nostra pratica, la ricerca spirituale approfondisce la nostra connessione con l’universo e con noi stessi. Le domande non ci distanziano; al contrario, facilitano le esperienze stesse che cercano di comprendere.


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