Relazioni mistiche con le città
di Joan Parisi Wilcox; traduzione Gianmichele Ferrero – Post corrente: 19 luglio 2026
Nel mio ultimo post abbiamo esplorato il nostro rapporto mistico con la natura. Quella riflessione mi ha portato a percorrere un sentiero inaspettato, a pensare alle città. Le aree urbane raramente sono i luoghi in cui le persone si riversano quando cercano un momento di riposo o di rigenerazione personale, una connessione spirituale, intuizione, ispirazione o qualcosa di trascendente. Ma perché un ambiente urbano dovrebbe essere considerato meno sacro di uno naturale?
Non mi riferisco ai centri spirituali di fama mondiale, come Gerusalemme, Medina, Città del Vaticano, Varanasi, Cusco, Kathmandu o Kyoto. Parlo di città comuni, come Boston, Edmonton, Siena, Amburgo, Cordova, Antalya. Parlo di qualsiasi città, in realtà: grande o piccola, famosa o completamente sconosciuta a chiunque tranne che ai suoi abitanti.
Credo che ciò che sto realmente esplorando non sia un luogo specifico, ma un particolare tipo di ambiente: quello interamente artificiale. E, in senso più ampio, sto esplorando il concetto di pellegrinaggio. Un pellegrinaggio è un viaggio intenzionale verso un luogo considerato sacro, intrapreso per ragioni spirituali, creative o di ispirazione. Poiché gli ambienti moderni limitano la nostra esposizione quotidiana alla natura, spesso – e giustamente – cerchiamo spazi verdi per questo tipo di riposo e rigenerazione. Ci dirigiamo verso le montagne, le foreste, gli oceani o le giungle. Ma al di là delle città riconosciute come centri spirituali, perché così tante persone presumono di non poter (o non riuscire) a trovare il sacro – o la connessione, il riposo, la rigenerazione, l’intuizione, l’ispirazione – in quella che viene etichettata in modo dispregiativo come una “giungla di cemento”? A parte i nostri pregiudizi appresi, cosa rende davvero ciò che è artificiale meno sacro di ciò che è naturale?
Uno dei maggiori vantaggi dell’immersione nella natura selvaggia è la possibilità di allontanarsi (quasi) completamente dalla società. Quando siamo soli nella natura, la cacofonia sociale si attenua, offrendoci uno spazio di quiete in cui connetterci con noi stessi e ascoltare meglio la nostra voce interiore. Espandiamo la nostra consapevolezza oltre noi stessi. Invece di frenetici e complicati scambi con le persone, rallentiamo al ritmo più semplice del vento, dell’acqua, del sole e della luna. Ci liberiamo delle maschere sociali che indossiamo e delle convenzioni culturali che seguiamo. Diventiamo più consapevoli del nostro wasi: il tempio del sé, che comprende sia il nostro corpo fisico che il nostro poq’po (corpo energetico). Nudi a noi stessi, approfondiamo il nostro rapporto con la nostra anima e con l’anima del mondo.
Eppure, il sacro non è là fuori. È sempre e ovunque dentro di noi.
Allora mi chiedo perché non riusciamo a liberarci così facilmente di quegli stessi costumi sociali e maschere psicologiche quando ci troviamo in un angolo di strada affollato, circondati da edifici in mattoni e dal suono assordante dei clacson? Non è forse vero che la sfida non è il cemento sotto i nostri piedi, ma la nostra volontà di “essere” ovunque ci troviamo, in qualsiasi condizione, che si tratti del dinamismo vertiginoso di una grande città, della monotona omogeneità di un sobborgo o dell’isolamento senza tempo di una cittadina sperduta?
I paesaggi, di per sé, sono privi di significato. Siamo noi a crearli. Se non riusciamo a “essere” – centrati, calmi, consapevoli, pieni di meraviglia – nel bel mezzo della frenesia urbana, beh… questo ci dice qualcosa su noi stessi. Se riusciamo ad ammirare la potenza delle onde dell’oceano che si infrangono sulla riva, non possiamo forse trovare un senso di maestosità in una folla di persone che si muovono con determinazione tra le vie della città? Perché la luce del sole che filtra brillantemente attraverso la fitta chioma di un albero dovrebbe essere meno affascinante di quella che filtra tra un gruppo di grattacieli?
C’è un termine che ho sentito usare una volta da don Juan Nuñez del Prado mentre discuteva della tradizione andina: l’egregore. Era il modo in cui don Juan descriveva una dinamica energetica – ora non ricordo di cosa stesse parlando – agli albori della mia formazione. Non l’ho più sentito usare da allora. Ma mi è rimasto impresso. È un termine che si riferisce allo spirito di un gruppo, a come la loro energia si fonde in una struttura psichica condivisa. Potremmo pensarlo come il corpo onirico di una città o il suo ayllu poq’po (bolla di gruppo o corpo energetico). L’egregore si forma dalle credenze collettive, dai pensieri, dalle emozioni, dai bisogni, dai desideri, dai sogni e così via del gruppo, ed è quindi l’impressione olistica che abbiamo di un luogo. È un’energia distintiva, tanto che la “sensazione” dell’egregore di Londra è diversa da quella di Nuova Delhi, che a sua volta è diversa da quella di Buenos Aires. C’è un motivo per cui sentiamo il bagliore del romanticismo a Parigi e l’accogliente familiarità di Bologna.
La maggior parte delle città usa slogan per promuovere la propria immagine a fini turistici e commerciali. Tuttavia, da un punto di vista energetico, in realtà pubblicizzano la propria egregoria: io vivo vicino a Winston-Salem, nella Carolina del Nord, la cui egregoria è “La città delle arti e dell’innovazione”. New Orleans è la “Big Easy”, Tokyo è il luogo in cui “Il vecchio incontra il nuovo” e Ginevra è “La capitale della pace”. Puoi “Trovare il tuo cuore” a San Francisco e sapere che “Ciò che accade qui, resta qui” a Las Vegas.
Per ognuna delle nostre mutevoli passioni esiste un egregore urbano che risuona perfettamente con essa e che può quindi approfondire i nostri sentimenti riguardo a ciò che in quel momento è sacro per noi. C’è un luogo che vibra alla frequenza perfetta per trascinarci nell’abbandono dei piaceri fisici, o per liberare il nostro bambino interiore, o per far emergere il nostro comico interiore, o per potenziare la nostra creatività o per immergerci nella tecnologia futuristica. Quando scegliamo di considerare ogni luogo di questo pianeta come sacro, anche una semplice gita di un giorno in un vivace centro urbano si trasforma in un pellegrinaggio. Proprio come una foresta lussureggiante o un’imponente montagna, una città può fungere da potente ponte tra il mondo mondano e lo spazio liminale del divino.
(Immagine Freepik)


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