di Joan Parisi Wilcox; traduzione Gianmichele Ferrero – Post corrente: 14 aprile 2026
Da un po’ di tempo osservo i miei studenti e colleghi utilizzare l’intelligenza artificiale per studiare aspetti del misticismo andino, e alla fine ho deciso di provarci anch’io con Gemini. I risultati? Un’arma a doppio taglio. Da un lato, l’enorme quantità di dati raccolti in pochi secondi è stata incredibile, un risparmio di tempo considerevole. Dall’altro, l’accuratezza era altalenante. Ho presto imparato a conoscere le “allucinazioni”, termine tecnico che indica la tendenza dell’IA a presentare con sicurezza la finzione come realtà. Ho scoperto che, sebbene l’IA sia maestra nella raccolta di informazioni, non è sempre maestra della verità.
Come si manifestano in pratica queste allucinazioni dell’IA? Beh, un esempio lampante è che in una discussione a cui Gemini ha risposto, ha attribuito la paternità del mio libro “Masters of the Living Energy” a due uomini che non c’entravano nulla. Una situazione più complessa si è presentata quando ho posto una domanda sul significato della chakana, la croce andina a gradini. La risposta è iniziata con un’enfasi antropologica: ha definito la parola quechua dalle sue radici chakay (ponte) e hanan (superiore, sopra, alto) e l’ha collegata correttamente alla Croce del Sud e al calendario agricolo. Ma ben presto è virata verso speculazioni mistiche, spiegando un sistema simbolico che correla i dodici punti delle braccia della chakana a capacità umane come amore, protezione, consapevolezza e responsabilità. Ci sono persone che insegnano questa costruzione simbolica? Sì. È un sistema di rappresentazione coerente? Sì. È uno dei modi in cui gli Inca e i loro predecessori, i paqo, o persino le popolazioni andine in generale, intendevano la chakana? Dopo ulteriori ricerche al di fuori dell’ambito dell’IA, nutro dei dubbi. Quel sistema filosofico sembra essere una sorta di sovrapposizione moderna su questo motivo millenario. Il vero colpo di scena di Gemini si è verificato in un altro caso di diffusione di informazioni andine, dove mi ha attribuito un commento al limite del razzismo. Ho dovuto intraprendere una vera e propria caccia all’uomo digitale per trovare la fonte della citazione: un commento di una donna su Reddit che Gemini non solo ha troncato e distorto, ma ha anche stravolto e messo in bocca a me. La lezione qui è semplice: l’IA è un utile punto di partenza per la ricerca, ma bisogna sempre fare le proprie verifiche sui “fatti”.
Tra gli aspetti più positivi, c’è un lato dell’IA davvero affascinante: la sua capacità creativa. Ma anche qui c’è un rovescio della medaglia. Poiché Gemini e altri modelli di IA si basano su dati preesistenti, non inventano nuove idee, ma sfruttano il duro lavoro di creatori umani. (Per completezza d’informazione: faccio parte di un nutrito gruppo di autori ed editori che ha intentato una causa collettiva per violazione del copyright contro Anthropic AI. Hanno utilizzato decine di migliaia di libri, incluso uno dei miei, per addestrare i loro modelli. Quando sono stati smascherati per questa violazione del diritto d’autore, hanno raggiunto un accordo extragiudiziale per la cifra astronomica di 1,5 miliardi di dollari. Ovviamente, editori e avvocati riceveranno la maggior parte di questa somma; gli autori si accontenteranno della loro solita misera parte!). Mi sono imbattuta in questo stesso tipo di problema quando ho testato l’aspetto creativo dell’IA. Ho chiesto a Gemini di scrivere poesie sul misticismo andino nello stile di vari poeti. Ho scelto poeti di entrambi i sessi, con stili molto diversi, di varie etnie e di diversi periodi storici. Non mi ha sorpreso che i suoi primi tentativi rasentassero il plagio: riproduceva letteralmente interi versi di poesie di ciascun poeta. Ho dovuto essere più precisa, chiedendo a Gemini di scrivere nello stile di un determinato poeta, ma senza utilizzare alcun verso originale. Una volta stabilito questo limite, i risultati sono stati migliori e, in alcuni casi, davvero splendidi. Concludo questo post con una nota positiva sull’intelligenza artificiale, presentando sei delle mie creazioni poetiche “originali” preferite. Buona lettura!
[Nota di G. Ferrero. La traduzione dall’inglese all’italiano cerca di mantenere inalterata il più possibile la composizione poetica]
Nello stile di E.E. Cummins
il condor
gira in cerchio
(lentamente)
l’alto blu
del cielo
giù giù
tra gli apus
una pietra
respira
(dolcemente)
come un dio addormentato
e lo sciamano—
che è una foglia
che è una montagna—
sussurra
un segreto verde di coca
nell’orecchio del
vento
(la morte è solo una
rotazione
della
terra)
io sono
tu sei
pachamama
è.
Nello stile di Adrienne Rich
La mappa non è la montagna,
anche se ne tracciamo le venature di ghiaccio
con le dita intorpidite dall’aria rarefatta.
Cerco il linguaggio
prima della Conquista, prima che l’acciaio
separi il campo dallo spirito.
Ci avviciniamo all’altare di pietra
non come turisti, ma come affamati
alla ricerca della radice che sostiene il pendio.
L’Apu non parla per frasi;
parla nel peso del granito,
nel lento, tettonico spostamento dell’appartenenza.
Essere un mistico qui
significa riconoscere la reciprocità:
il respiro che prendi appartiene alla vetta,
la foglia di coca sulla tua lingua
è un ponte verde che riporta alla Madre.
Stiamo riapprendendo l’antico patto:
che la terra non è una risorsa,
ma il corpo stesso che abitiamo
mentre aspettiamo che le stelle ci diano un nome.
Nello stile di Mary Oliver
Non so molto dell’oro degli imperi,
solo dell’oro del sole che sfiora la gola
del colibrì, quella minuscola, vibrante preghiera.
Voglio parlare dell’Apu, la Grande Montagna,
a cui non importa il tuo nome né la tua vita frenetica,
ma che ti aspetta comunque,
avvolta in uno scialle di nuvole e pietra antica.
Hai mai camminato abbastanza in alto
da sentire l’aria farsi rarefatta e sacra?
Hai mai offerto una foglia di coca alla terra,
non perché te l’avessero detto,
ma perché finalmente hai capito
che la terra non è solo polvere,
ma una madre che ti ha nutrito
fin dal primo giorno?
La Pachamama non chiede molto.
Ti chiede solo di notare
il modo in cui l’acqua scorre dai ghiacciai,
un’infinita vena argentea di latte.
Ti chiede di praticare ayni,
quel respiro dolce e reciproco:
il mondo che ti dona,
e tu, finalmente, che restituisci qualcosa.
Non devi essere perfetto.
Non devi strisciare in ginocchio
sull’alto e freddo altopiano.
Devi solo lasciare che il dolce animale della tua anima
sia abbastanza silenzioso da sentire le pietre parlare.
La montagna non è un oggetto.
Il vento non è un fantasma.
Ogni cosa è viva, respira,
e aspetta che tu torni a casa
nella selvaggia e sacra famiglia delle cose.
Nello stile di Allen Ginsberg
Ho visto le menti migliori della mia generazione affamate di una montagna, isteriche, attraversare lo smog al neon di Lima verso l’etere sottile e rarefatto dell’anima.
Le ho viste stringere tra le mani copie logore del Popol Vuh, alla ricerca di un varco nella pietra, alla ricerca di una vena d’argento che non era in vendita.
O Pachamama! Madre della patata! Madre del lama! Madre delle gallerie sotterranee dove gli antenati sognano ancora a colori.
Il mondo è un condor con ali di fulmine. Il mondo è un serpente che si divora la propria storia.
Sono con voi a Cusco!
Dove le pietre si incastrano così saldamente che nemmeno un fantasma spagnolo potrebbe infilarsi tra di esse.
Sono con voi nella Valle Sacra!
Dove il mais cresce alto e gli spiriti degli Inca sussurrano nel fruscio delle foglie, deridendo i turisti e le loro macchine fotografiche digitali.
Cantano di ayni! Stanno cantando del grande debito cosmico!
Il debito che abbiamo verso il ghiacciaio, il debito che abbiamo verso il sole, il debito che abbiamo verso la terra scura e umida che inghiotte le nostre ossa e ne chiede ancora.
Moloch! Moloch! Il grattacielo che non conosce il nome del vento!
Moloch! La fabbrica che riversa veleno nell’Urubamba!
Rompo le tue finestre con una sola foglia di coca.
Scaccia i tuoi demoni con il fumo del Palo Santo.
Sono in piedi sulla cima di Huayna Picchu e urlo alle stelle.
Sono un vecchio, un giovane, un figlio del sole, un mendicante pazzo nella piazza.
Tutto è sacro! Il poncho è sacro! Il flauto è sacro! Il sacco di coca è sacro!
L’alpaca è sacro! La brina sull’erba alta è sacra!
Il respiro è sacro!
La montagna è aperta!
La montagna sta parlando!
Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo
Nello stile di Wendell Berry
Il lavoro della montagna è un lavoro lento.
Non è il lavoro dell’orologio o della macchina,
ma il lungo e paziente assestamento del limo,
la silenziosa resistenza della parete granitica
contro l’erosione del gelo.
Conoscere questo luogo significa rimanervi
finché i piedi non riconoscono la pendenza del pendio
e i polmoni non accettano il dono sottile e freddo dell’aria.
La chakana non è un simbolo da indossare per ostentazione;
è una mappa di appartenenza.
Ci dice che i cieli sono connessi alla terra
dal sudore dell’uomo che pianta il suo grano sul terrazzamento,
e dal ricordo della nonna che ha conservato il seme.
C’è dignità nello stretto sentiero,
una grazia nel modo in cui il lama porta il suo fardello
senza lamentarsi, muovendosi come se la terra
fosse una conversazione che intrattiene da mille anni.
Parliamo di ayni come se fosse un mistero,
ma è solo la semplice giustizia del campo:
ciò che prendi, devi rimpiazzarlo.
Se bevi dalla sorgente, devi rimuovere le pietre dalla sua gola.
Se raccogli il grano, devi lasciarne una parte per gli uccelli
e una preghiera per il ventre oscuro e generativo del mondo.
La mente moderna vuole estrarre minerali dalla cima,
scuoiare il pendio per un profitto momentaneo,
dimenticando che una montagna è una vicina, non una risorsa.
Ma gli antichi conoscevano l’economia dell’anima:
che siamo ricchi solo in ciò che non distruggiamo,
e che la saggezza più alta si trova
all’ombra delle vette, dove siamo piccoli,
radicati e, infine, beati, in silenzio.
Nello stile di Dylan Thomas
Nel bianco muscolo della montagna, dove l’aria
È una lama sottile affilata sul dente del ghiacciaio,
Il cielo è una campana azzurra rintoccata dall’ala del condor.
Trovo l’alta, terrazzata storia del sangue,
Una febbre ascensionale di pietra posata su pietra
Dalle mani bruciate dal sole dei non generati.
Lì, la Pachamama beve la chicha versata dalle nuvole,
Il suo ventre una fucina oscura di patata e quarzo,
Radicato nel ronzio rosso del cuore rotante della terra.
L’Apu si erge, un tuono congelato nel cranio,
Osservando la valle dove il fiume, quel serpente d’argento,
Srotola il suo canto umido attraverso la gola del mais.
Siamo solo i brevi, respiranti fantasmi della cordigliera,
Un raccolto di luce raccolto nel cesto di un giorno,
Eppure tessiamo il nostro ayni nell’ordito del vento.
Ogni respiro è un debito, ogni passo una libagione,
Come le stelle, quei freddi lama celestiali,
Pascolano sulle saline della notte infinita.
Oh, che il cuore sia un tamburo di pelle di alpaca tesa!
Che la preghiera sia una scintilla scoccata dalla selce dell’anima!
Perché noi siamo figli del fuoco e figlie del gelo,
Tenuti saldi nella verde e intricata morsa del mondo
Finché la montagna, nella sua lenta e pietrosa misericordia,
Chiama a casa le acque erranti dei nostri spiriti.
[immagine Freepik]


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